NOTA DELL'ON. NELLO MUSUMECI
Sono più i dubbi che le certezze, più i timori che le speranze. Ma prima o poi, in Sicilia dovremo attrezzarci ad affrontare il “federalismo fiscale”, piuttosto che essere costretti a doverlo subire.Diciamo intanto che si scrive federalismo ma si legge decentramento. È stata solo una graziosa concessione alla Lega, ma è risaputo come nella Costituzione italiana il termine “federalismo” non sia mai citato. Né può esserci un “federalismo fiscale” se non c’è quello istituzionale che, a sua volta, sarebbe inconciliabile con il nostro modello di Stato sovrano e indivisibile. In un sistema federale, infatti, non c’è rapporto tra centro e periferia; non c’è una struttura verticale. Ecco perché non ha senso oggi parlare di federalismo fiscale senza un assetto istituzionale federato.Ma veniamo al dunque. Il principio ispiratore della proposta di “federalismo fiscale”, come si sa, è quello di legare le risorse pubbliche locali alle funzioni da svolgere, entro un sistema politico di responsabilità. Già questa, da sola, sarebbe una rivoluzione, soprattutto dalle nostre parti, dove finora il sistema di finanza derivata ha prodotto negli Enti locali quasi sempre disimpegno e posizioni di rendita. C’è stata, insomma, una sorta di divorzio tra la responsabilità fiscale e la responsabilità della spesa.I promotori sostengono che la riforma punti a stimolare la sana competizione tra le Regioni italiane. Ed è questo uno degli obiettivi più interessanti e stimolanti.Ma stiamo attenti: la competizione è sana e benefica solo se alle diverse Regioni viene garantita la stessa linea di partenza, la stessa opportunità iniziale. In caso contrario, non si ottiene competizione tra le diversità, ma si favorisce lo sviluppo della disparità. In un’Italia divisa in due (sul piano socio-economico), con un Meridione che produce un Pil di 16mila euro l’anno a persona, contro le 33mila euro della Lombardia – per capirci – diventa utopia parlare di competizione tra territori. E allora?Vero è che la riforma prevede il “Fondo perequativo” da cui attingere per le Regioni a bassa capacità fiscale. Ed è anche vero che è prevista la giusta solidarietà dei territori forti per aiutare i territori deboli. Ma fino a quando si protrarrà questa difficile fase di transizione dalla spesa storica a quella standard, razionale? Che tempo avranno le Regioni deboli per dimostrare di avere raggiunto apprezzabili e documentati aumenti di efficienza? Va bene la doverosa solidarietà, ma questa dev’essere coniugata a dei meccanismi sanzionatori per evitare che, alla fine, a pagare debbano essere i territori più virtuosi a favore di quelli spreconi e parassitari.Lo dico a beneficio della classe dirigente del Settentrione, ben consapevole del fatto che da quando sono state istituite le Regioni, le classi dirigenti del Sud hanno mostrato di avere minor senso delle istituzioni e di responsabilità rispetto a quelle del Nord. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.Ma proprio perché non appartengo al meridionalismo piagnone e rivendicazionista, non ho difficoltà a dire, con la stessa chiarezza, che da sole le Regioni del Sud non ce la farebbero a colmare il divario con quelle del Nord, pur in presenza della riforma fiscale. Serve perciò, da parte dello Stato, una radicale inversione di tendenza nel modello di sviluppo che ha finora portato avanti per il Mezzogiorno d’Italia.Nessuno vuole assolvere le classi dirigenti meridionali dalle proprie responsabilità, ma è innegabile che dal ’92 ad oggi le risorse statali (comprese le uniche aggiuntive dei fondi strutturali) sono state sensibilmente tagliate proprio ai territori del Sud. Né si può negare che molte risorse nazionali destinate al Mezzogiorno, invece di essere aggiuntive e straordinarie sono state utilizzate per sostituire spese ordinarie mai finalizzate.Ecco perché temo che da solo il “federalismo fiscale” non possa bastare a superare il dualismo del Paese. Lo Stato deve recuperare il tempo perduto, eliminando le tante diseconomie che frenano il decollo socio-economico del Meridione, dalle infrastrutture alla sicurezza, dalla politica del credito alla formazione, alla ricerca.Se c’è un aspetto della riforma che più mi convince è che il federalismo fiscale costringerà gli amministratori locali alla responsabilizzazione. Tenderà a migliorare la qualità della spesa pubblica e a stimolare il controllo dei cittadini.Debbo riconoscere l’elemento di novità che introduce il principio ispiratore della riforma, che impone una modifica radicale nelle strutture pubbliche, nei metodi gestionali, nella distribuzione dei servizi, nel superamento della spesa storica. E nel potere di controllo dei cittadini di un determinato territorio, che potranno finalmente sapere quanto hanno dato al fisco e come è stata spesa quella loro somma di denaro.L’unica certezza che oggi emerge è l’assenza di un orizzonte costituzionale alla riforma del federalismo fiscale. Voglio dire che sarebbe stato necessario procedere prima al completamento della riforma costituzionale e poi mettere mano al “federalismo fiscale”.La riforma del titolo V della Costituzione pone sullo stesso piano Comuni, Province e Regioni. Ma al vertice di queste articolazioni dello Stato - ora con pari dignità - non c’è un soggetto di responsabilità e di sintesi politica nazionale.Ecco: questo ruolo non può svolgerlo nè la “Commissione paritetica” indicata nel progetto di legge approvato dal governo, nè la “Commissione unitaria” della spesa pubblica.Servirebbe una seconda “Camera delle Regioni”, che supererebbe l’annoso e insoluto “nodo”, tutto italiano, del bicameralismo perfetto. Un’assemblea legislativa, cioè, promotrice degli interessi locali, in un contesto – ovviamente – tracciato in armonia con gli interessi generali del Paese.Ma assieme alla diversificazione delle funzioni delle Camere, occorre procedere alla riforma che completi l’impianto istituzionale e lo renda coerente col percorso tracciato già negli anni Novanta. Penso alla elezione diretta del capo dello Stato o, comunque, all’attribuzione di maggiori poteri al premier. Penso alla necessità di ricondurre allo Stato la competenza su alcune materie, come le infrastrutture di rilevanza e l’energia. E, infine, penso alla liberalizzazione dei servizi locali, che favorirebbe la concorrenza e ridurrebbe l’invadente e - spesso - inefficiente mano pubblica con le centinaia di aziende partecipate e municipalizzate.Del resto, le esperienze federalistiche o quelle di accentuato decentramento vigenti in Europa (tedesco, spagnolo, francese) hanno dimostrato quanto prioritaria si riveli l’esigenza di rafforzare i poteri di indirizzo, coordinamento, controllo e garanzia di tutela propri del potere statale, anche nell’ottica di difesa dell’ordinamento unitario e dell’interesse nazionale.E, intanto mentre si attende di conoscere quali obiettivi il governo nazionale riterrà prioritari (riforma fiscale o riforma costituzionale), in Sicilia e nel Mezzogiorno d’Italia il “federalismo” voluto dalla Lega continua ad alimentare perplessità tra gli amministratori pubblici. E, tuttavia, bisogna prendere atto che non esistono alternative. Dopo le allegre, lunghe stagioni delle “vacche grasse”, gli Enti locali si ritrovano oggi sull’orlo del collasso. Ricorrere all’etica della responsabilità, più che una tardiva e doverosa scelta, diventa ormai ineludibile necessità
sabato 6 dicembre 2008
IL FEDERALISMO FISCALE TRE DUBBI E PAURE
Pubblicato da
Antonio De Nardo
a
22.36.00
Etichette: Problemi nazionali e non
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