domenica 29 giugno 2008












Il gazebo allestito da "La Destra" di Contrada per richiamare l´attenzione dell´opinione pubblica sul recente provvedimento municipale di trasferire il mercato-fiera della domenica dal centro storico in via Provinciale ha suscitato vivo interesse della cittadinanza. In molti si sono avvicinati alla struttura allestita dai rappresentanti locali e dai dirigenti provinciali del movimento di Francesco Storace i quali hanno illustrato i motivi dell´iniziativa finalizzata a tutelare da una parte la tradizione paesaggistica e dall'altra gli interessi degli operatori del commercio della zona penalizzati dal nuovo dispositivo. Da amministratori comunali in visita al gazebo si è appreso che nel giro di qualche mese il mercato-fiera potrebbe "ritornare" nella sua tradizionale sede. Tutti noi ci auguriamo che questa battaglia condotta democraticamente da parte dei rappresentanti locali della Destra possa portare realmente i suoi frutti. Comunque, si sono detti soddisfatti gli esponenti cittadini Paolo Guarino e Gennaro Bruno ed il coordinatore provinciale de La Destra, Arturo Meo.

domenica 22 giugno 2008

L’Italia tra mille difficoltà va avanti. Emilio Fede, presidente della “Commissione Bilancio Sociale” presenta oggi i conti tutti in positivo mentre solo l’altro ieri il bilancio sociale italiano era completamente in rosso. Sarà la senatrice De Feo Diana - moglie - a risolvere i milioni di problemi che affliggono gli italiani? O le ochette di Berlusconi? Noi maledimmo Clemente quando, con i voti di Forza Italia e col voto negativo di Italia dei Valori, Lega e la fu An, portò fuori circa 15.000 detenuti con l’indulto. Dunque, ieri, dicemmo “con Mastella tutti fuori dalla cella” ma, oggi, diciamo “con Alfano un imputato in cella non entra neanche con una mano!”. E adesso la Lega e la fu A.N. dove sono? Molti (giornalisti, magistrati, politici, …) accusano la maggioranza di aver approvato una norma salva-premier. A me non interessa se l’individuo Berlusconi beneficia o meno di questa vergognosa iniziativa politica. Io credo che dobbiamo soffermare la nostra attenzione sui circa 100.000 casi riguardanti stupro, sequestri di persona, rapine, furti, associazioni a delinquere, aborti clandestini, usura, sfruttamento della prostituzione, omicidio colposo per medici e pirati della strada, traffico di rifiuti, aborto clandestino, bancarotta fraudolenta, frodi fiscali, violenze private, maltrattamenti in famiglia, corruzione, abuso d'ufficio, peculato, rivelazione di segreto d'ufficio, intercettazioni illecite, reati informatici, detenzione di materiale pedo-pornografico, molestie, truffe comunitarie, adulterazione di sostanze alimentari, somministrazione di sostanze pericolose, incendi, detenzione abusiva di armi, ecc. Mi chiedo dunque: ma la sicurezza a favore dei cittadini italiani in questa norma dove viene contemplata? Vi piacerebbe essere vittima di una violenza sessuale o di un furto e vedere il vostro imputato ridersela perché ancora per un anno risulterà intoccabile? E lo stesso vi dirà “non preoccuparti, entro l’anno verrò a ritrovarti”. Già è difficile “acchiapparli” e poi …… Ma come possono le forze dell'ordine agire con serenità sul territorio quando il Governo svilisce le proprie azioni. Ora capisco la scelta di Fini, che reputo il miglior popolare mai esistito: fare il Presidente della Camera per usare il campanello anziché essere vero politico per usare impegno e perseveranza contro scempi legislativi del genere. Un’ultima osservazione. Quando si è trattato della Campania La Lega ha votato contro la propria maggioranza insieme a Idv e Udc mentre quando si tratta di legge salva-premier vota a favore. Ma Maroni, esponente di un partito che esiste su meno di un terzo del territorio nazionale, può realmente rappresentare l’Italia attraverso un Dicastero così importante e non certo a valenza “federale”? La Destra chiede giustizia. I delinquenti devono andare in carcere sia che si tratti di un giorno sia quando devono scontare un ergastolo. Se le carceri sono insufficiente, allora se ne costruiscano altre e non si lascino liberi, attraverso un secondo pseudo-indulto, migliaia di colpevoli. Se i magistrati sono pochi allora se ne assumano altri e si facciano lavorare quelli già assunti.

Una considerazione di forma. Le uniche due forze coerenti in questa avventura legislativa sono state due: il Pdl votando di nuovo a favore di potenziali detenuti e l’Idv votando di nuovo contro questa norma becera.

giovedì 19 giugno 2008

Di nuovo in serata la maggioranza di Berlusconi è andata sotto alla Camera su un emendamento proposto dall'Italia dei valori e presentato dall'Udc all'art.11 del decreto sui rifiuti, riguardante la raccolta differenziata, al quale la commissione e il Governo avevano dato parere contrario. L'emendamento votato obbliga il dipartimento della protezione civile a fare le assunzioni, previste dal decreto per risolvere l'emergenza rifiuti, solo "a tempo determinato e con corso pubblico, con scadenza al 31 dicembre 2009".
La Lega Nord ridetta le regole della politica nazionale. Caro Silvio, possiamo dire che La Lega ti sfugge e tu da solo non sei in grado di controllarla: forse ti manca un pò di destra nel tuo schieramento?

Alla Camera la votazione sull'emendamento dell'Udc al decreto rifiuti in Campania, che ha visto il Governo battuto, é stata annullata per "un mero errore materiale". Il testo sul quale incideva l'emendamento insisteva su una parte del testo già soppressa ed é stato erroneamente posto in votazione.
A parte errori di forma che certo non gratificano la maggioranza, c'è in realtà un dato di fatto serio e irreversibile: chi ha contribuito a battere il Governo e la maggioranza stessa è la Lega Nord! Questi signori, travestiti da sceriffi e salvatori dell'Italia non sono altro che approfittatori e inseguono senza scrupoli scopi non di federalismo fiscale ma di sepazione territoriale a tutti gli effetti. Per me l'Italia è unica e per questa unità sono morti campani, pugliesi, calabresi, siciliani e tanti altri patrioti a cui oggi non si riconosce neanche in parte il loro sacrificio. E' la lega che detta le condizioni, come ieri era l'estrema sinista. Non ci illudiamo: i loro discorsi di sicurezza e serietà sono finalizzati alla secessione. Oggi la cosa è ancora più grave in quanto, senza l'ala destra della coalizione, chi guida il nostro paese è Berlusconi e la Lega! Molti esponenti della fu Alleanza Nazionale si affannano a mostrare i muscoli ma di fatto sono diventati tutti berlusconiani. Chi è libero di agire - ma solo per il bene del nord - paradossalmente, è proprio la Lega Nord! E come ha dichiarato Francesco Storace: «I rifiuti di Napoli rappresentano il primo problema a cui Berlusconi ha promesso di dare soluzione. Ma la sua granitica e "omogenea" maggioranza va sotto alla Camera: valeva la pena di farci fuori?». A tutti i nostri lettori: non vi fidate dei leghisti, sono lupi travestiti da agnelli.

martedì 17 giugno 2008

Cosa significa punire....

Giustizia: cos'è la rieducazione, oltre le definizioni normativedi Guido Brambilla (Magistrato di Sorveglianza a Milano)
L'art. 27, 3° comma, della Costituzione recita che "le pene non possonoconsistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere allarieducazione del condannato". Già il noto giurista Carnelutti affermava inquei tempi che il processo penale avrebbe fallito il suo scopo se anche conl'irrogazione della giusta pena non si fosse raggiunto l'obiettivo delriabbraccio ultimo tra la società e il reo.Tralascio - dandone per scontata la conoscenza - la citazione di tutti glisviluppi legislativi e giurisprudenziali (in primis della CorteCostituzionale) che, dando concreta attuazione al predetto dettatofondativo, hanno contribuito nel corso degli anni all'individuazione deglistrumenti concreti per corrispondere sempre più al bisogno di un recuperodelle devianze.Ma cosa si può intendere per "rieducazione", visto che né il legislatore, néla giurisprudenza, né gli operatori, offrono una definizione e soprattuttodei contenuti a questo concetto? A cosa deve essere rieducato il condannato,attraverso il lavoro, il trattamento (pur necessario), a quale modello disocietà? Si dice infatti che l'obiettivo è il reinserimento sociale. Maanche questa espressione è ambigua e, nella concretezza dei problemi chesolitamente incontra il detenuto una volta uscito dal carcere, spessoinefficace.Vanno infatti sottolineati alcuni ordini di problemi rilevabili dalquotidiano: gli educatori che fanno parte delle equipe dei carceri sonopochissimi, e a volte impreparati ad affrontare complesse problematiche,bisogni diversissimi, in relazione a tipi di reato e di autore del tuttoeterogenei. E come si fa poi ad impostare un trattamento mirante allarisocializzazione di un extracomunitario che proviene da una realtà socialecompletamente diversa dalla nostra, con valori, cultura, religione diverse,con un diverso senso dello Stato e della società? (e i detenutiextracomunitari costituiscono ora una grossa fetta della popolazionecarceraria). E per i detenuti malati, sia fisici che psichici?Anche se il detenuto, attraverso il lavoro, riesce ad uscire dall'ozio chela vita detentiva impone (anche per lunghissimi anni) ed impara adesprimersi nel lavoro, cosa accade poi, quando uscito, si ritrova all'interno di contesti devianti e, soprattutto non trova una rete di supportoche gli consenta di mettere a frutto quello che ha imparato nel carcere? Viè difficoltà a trovare lavoro per i giovani liberi, figuriamoci per personemagari non più giovani con il marchio del certificato penale macchiato dareati. È facile il riproporsi in questi casi di atteggiamenti nuovamenteespulsivi che ributtano il detenuto nel circuito della devianza.Ma poi questa società contemporanea - a detta degli stessi detenuti - non èa sua volta spesso permeata da logiche di sfruttamento e di profitto, nonpropone essa stessa come unici obiettivi dell'uomo, la ricchezza, ilbenessere e il potere? È a questa società, a questi modelli che i detenutidevono essere rieducati?Le dinamiche inter-relazionali fra i diversi operatori che si occupano diesecuzione penale (magistrati, assistenti sociali, psicologi, operatoripenitenziari, educatori, ecc..), sono spesso scollegate tra loro, nonperseguono degli orientamenti univoci e sono appesantite da un enormeeccesso di burocrazia.Queste obiezioni rivelano che il problema della rieducazione (è per me peròpreferibile parlare di rapporto educativo) è più complesso o, meglio, piùprofondo, rispetto ai modelli scientifici, sociologici, criminologici, comesono attualmente spesso proposti. Nella mia pratica di magistrato ho potutoconstatare che l'esperienza educativa può passare solo attraverso ilrapporto tra un io e un tu: se non c'è innanzitutto un rapporto, non c'èpresa di consapevolezza da parte del detenuto della propria identità, ècongelato in una definizione criminologico-giuridica (sono un terrorista, unsex-offender, un tossico, ecc.) e quindi non viene disvelata fino in fondola sua dignità di persona che è sempre più del reato che ha commesso.L'educazione deve quindi fondarsi a mio parere su una nuova concezioneantropologica-relazionale dell'uomo che ha come categoria essenziale quelladell'incontro personale tra un io e un tu capaci di apertura all'altro finoal livello delle domande ultime, della sua esperienza elementare (vale adire di quel complesso di esigenze ed evidenze che identificano il cuoredell'uomo in tutte le culture).Ma questo richiede il chiarimento di un presupposto fondamentale:L'uomo (il detenuto, l'internato), qualunque uomo, è persona. Secondo lalinea di pensiero che si è più consolidata nel personalismo tedesco, da MaxSheler, a Edith Stein, sino Romano Guardini, essere persona significaanzitutto auto appartenenza nel numerico: "Sono uno, sono solo uno, nonposso essere raddoppiato. Essere persona significa ancora appartenenza nelqualitativo: sono costui; sono solo questa persona. Non posso essereimitato; di me non può essere fatto un "caso". (singolarità eirripetibilità). La persona è inoltre auto appartenenza in coscienza,libertà ed azione. Conoscere, decidere ed agire non sono per sé ancorapersona; lo sono solo per il fatto che io mi appartengo nel sapere, neldecidere e nell'agire. La persona è infine auto appartenenza in interioritàe dignità. Interiorità significa che io, essendo persona, sono in me, pressodi me, e, invero, esclusivamente. Significa che nessuno può "entrare", senon gli apro questa interiorità. Anzi da un certo punto in avanti non laposso ulteriormente aprire anche se volessi. Qui comincia l'intimasolitudine, a cui solo Dio ha accesso (persona come mistero).Nell'interiorità la persona è al nascosto e al sicuro. Tutto ciò che vienedall'esterno: osservazione, calcolo, violenza, analisi psicologica esuggestione, non arrivano qui dentro. L'aspetto per così dire "trascendente"di questa interiorità, è la dignità. La persona sta essenzialmente al disopra del contesto naturale delle cose e del loro operare; è elevata. È taleda richiedere profondo rispetto. Appunto in ciò è sottratta ad ogni elementodi violenza, ad ogni calcolo, ad ogni classificazione usurpante. Eccodunque, cos'è la persona.Essere-uomo vuol dire essere-persona. Non lo è per il talento o perfino perla genialità. Anche il più semplice è persona. Il bambino, che non è ancoradiventato padrone di se stesso e il minorato, che non lo diventerà mai,portano il carattere di persona, in modo sopito, latente. Ciò va detto difronte ad ogni tentativo di equiparare la particolare qualità dell'elementopersonale con il talento o con altre simili qualità. L'uomo non diventapersona neanche per un suo atteggiamento o convinzione di tipoetico-religioso.Una tale concezione (v. Kierkegaard), scambia il carattere ontico dellapersona con il carattere etico-religioso della personalità affermata ecompiuta, o quello assiologico della personalità piena di valore e ricca.Anche chi è immorale e irreligioso è persona. L'uomo è persona per essenza.Così essa resta ineliminabile. L'uomo può diventare indegno; può condurreuna vita indegna di essa, la può reprimere affinché non si faccia valere.Allora egli sarà forse privo di valore e di salvezza: ma eliminare lapersona non può. Tutti i tentativi di concepire la persona come purodinamismo, come atto, in modo da farla scomparire se l'uomo non compie alcunatto, quando non pensa e non è attivo, o tutti i tentativi di collocare lapersona in una sfera assiologia, nel valore e nella qualità, così da farlascomparire quando l'uomo perde valore; ebbene, tutte queste concezionisecondo le quali l'uomo può cessare di essere persona, sono necessariamenteerrate, La persona è qualità imperitura, volto indistruttibile;ineliminabile possibilità di dire "io" e "tu", di pronunciare la "parola" edi percepire la "parola"". (Cfr. Romano Guardini Persona e personalità. Ed.Morcelliana. Pgg. 29-34).L'uomo è persona. Il detenuto è persona, irripetibile nella sua unicità,interiorità e personalità. Questo offre già un primo spunto per evidenziarecome concetti quali "trattamento", "osservazione scientifica dellapersonalità", siano espressivi di un approccio positivistico, riduttivodella persona. L'io non può essere solo "studiato" e neppure "benevolmentetrattato", bensì amato, cioè affermato, valorizzato, rispettato, qualunquesia l'uso che egli ha fatto e fa del proprio io personalissimo.Guardarlo come "caso" all'interno di un'ottica di mera osservazionebio-psicologica o comportamentale, influire su di lui attraverso "tecniche"pedagogiche, può tradursi, se è l'unica modalità relazionale, anche in unasurrettizia forma di violenza. La persona non è definita dal reato che hacommesso e il reato non può quindi diventare mera categoria criminologicadefinitoria dell'individuo.Questa dinamica riduttiva è già ineludibilmente presente nella faseprocessuale, dove tutta la vita di un gesto, tutto il corredo personalissimodi un'identità, tutto il malessere e l'istinto cattivo, la speranza e larabbia di un momento o di anni, tutto un universo, vengono stretti dentro lafredda astrattezza di un'imputazione. L'io non c'è più, al suo posto unfatto estratto dalla persona, studiato, analizzato, compreso, anche conattenta competenza e saggezza, ma l'io non c'è più. Così è per la condanna.Molti detenuti la percepiscono come astrattamente giusta, perché retributivadi una cattiva azione, ma come ultimamente estranea, come se non fosse la"loro". È la conseguenza della mancanza di relazione tra un io e un tu. Avolte quindi la doverosa imparzialità del giudice può tradursi in una gelidaestraneità. La punizione deve "accadere" o svilupparsi dentro un rapportoumano, assicurato da una presenza che, mentre castiga, valorizza,riaccoglie. Perché la persona non appartiene allo Stato.Per capire questo bisogna rifarsi alle esperienze elementari: un padrepunisce il figlio per una cattiva azione, ma cos'è che provoca reale dolorenel figlio per lo sbaglio commesso? La permanenza del rapporto col padre. Ilpadre punisce ma c'è, non rompe il rapporto col figlio. Ciò rende possibileper il bambino passare dall'esperienza della colpa-dolore per lo sbagliocommesso (punizione), alla gioia del perdono assicurato dalla presenza delpadre (io ci sono, sarò sempre con te, non me ne vado, tu sei mio figlio econ ciò riaffermo, dopo lo sbaglio, la totalità della tua identità).Il carcere, nonostante la sua natura costrittiva e segregazionista, puòessere un luogo dove può riemergere questa speranza. Con ciò non intendoaffatto stigmatizzare tutte le validissime e positive iniziativetrattamentali che si stanno sviluppando sempre più all'interno dellecarceri: ne ho viste moltissime che hanno suscitato ammirazione, meritoanche della genialità e dell'attenzione dei direttori e operatori dellecarceri.Intendo solo affermare che c'è un "prima", che deve attraversare tuttequeste iniziative. Questo "prima" è nello sguardo, nel rapporto, nel dire"tu per me vali", anche se non aderisci al trattamento che ho predispostoper te. È questa restituzione dell'io ferito alla consapevolezza della suadignità, che può far poi capire al detenuto il significato del lavoro, nonsolo un'eventuale opportunità per il futuro, ma espressione potente ecreativa dell'io nell'oggi.Se manca questo, infatti, il trattamento carcerario rischia di ridursi aduna logica dentro-fuori, cioè il trattamento, gli educatori, gli assistenti,gli psichiatri lavorano sul detenuto per un domani, per un possibile "fuori"(cosa giusta ma riduttiva). Infatti come vive il detenuto l'hic et nuncdella privazione di libertà? Solo in funzione del riacquisto della libertàun domani? E che senso ha l'oggi?In una simile logica è facile il diffondersi di atteggiamenti simulatori. Ildetenuto che non incontra alcuna autentica proposta autorevole di vitanuova, tende a conformare sì il suo comportamento a ciò che gli è richiesto,ma in prospettiva di uscire, non perché è umanamente cambiato. E in questalogica prevalgono spesso i più forti. All'interno del carcere ci sonosoggetti che non sanno simulare o sono fuori dalle "protezioni" dei piùforti e per questo vengono esclusi da percorsi. E gli extracomunitari chespesso non hanno all'esterno riferimenti abitativi o lavorativicostituiscono una sacca ormai numericamente importante di esclusione dalprocesso di risocializzazione.Secondo me, quindi, l'opera di risocializzazione, (meglio direi dicomprensione di sé e del proprio esistere nel mondo), può solo cominciare daun rapporto significativo con un tu. Il rapporto con un tu che guardi alsoggetto senza giudicarlo, senza congelarlo nel gesto criminoso, nel fattoche ha commesso, ma che, senza giustificare nulla (occorre dire pane al panee vino al vino), guardi al detenuto come uomo degno di stima e che quindi hauna dignità prima di dimostrarsi di nuovo "utile " per la società, prima cheabbia un lavoro, un'istruzione e sia quindi nei termini politicamentecorretti per essere considerato "riabilitato".Questo rapporto, poi, anche attraverso gli strumenti del lavoro (semprepositivi), e delle altre opportunità che vengono offerte, deve aiutare ildetenuto a scoprire a chi appartiene, dentro una solidarietà, un'amicizia,che non viene meno anche dopo la scarcerazione.Ed è per questo che lo Stato deve abbandonare una politica meramente"segregativa-assistenzialistica" del detenuto, lasciando al privato-socialeil compito di un intervento fattivo che non sia solo l'etica della paccasulla spalla o dei vestiti smessi, ma di un'opera fatta di imprese chepossano investire in modo costruttivo sui detenuti, attraverso una politicadi detassazione, di sgravi fiscali che faciliti l'inclusione lavorativa delcondannato a livelli di eccellenza e di autentica competitività sul mercato.Così come lo Stato deve impegnarsi in una politica di sostegno dellefamiglie (primo ambito di appartenenza del detenuto, cd. rete primaria),spesso doppiamente punite (per la carcerazione del congiunto e per laconseguente deprivazione del sostegno economico) e l'assistenza sociale sulterritorio deve impegnarsi (invece che a meri colloqui periodici) a favorireforme di aggregazione sociale ( cd. reti secondarie) tra realtà famigliariin un tessuto connettivo sano che possa sostenerle anche nelle difficoltà enei disagi di ordine morale e dei comportamenti interpersonali.

giovedì 5 giugno 2008

Mercoledì scorso 4 giugno, si è svolto ad Avellino un convegno sul “cinipide del castagno”, l’insetto che rischia di decimare la produzione di castagne nell’area del serinese dopo aver già ridotto in ginocchio quella di Cuneo e Viterbo. In tale occasione è stato utile ascoltare gli interventi dei vari partecipanti i quali con schemi, grafici e approfondimenti hanno ben chiarito alla platea i veri pericoli della vespa cinese che sta affliggendo i nostri castagneti. In particolare il prof. Paparatti ha palesemente spiegato che l’utilizzo di sostanze chimiche è completamente inutile per la lotta al cinipide galligeno. Non c'è stata invece da parte dei responsabili della regione Campania, quale Giuseppe Allocca, una ammissione di colpa per non aver fatto abbastanza in passato per fermare questa piaga ambientale. Già dal 2005 fu segnalato a Serino il Cinipide e che, pur sapendolo, molti settori della Regione Campania hanno sottovalutato il problema adottando una tattica di non allarmismo che ha favorito la progressione dell’infestazione. Cosa in concreto avrebbero dovuto fare gli enti preposti? Dopo essere stati informati nel 2005 che dai vivai di Cuneo erano giunte in Irpinia giovani piante infettate avrebbero dovuto e potuto battere a tappeto tutta l’area coinvolta, andando, se necessario, di casa in casa, di bar in bar, di chiesa in chiesa e di televisione in televisione per chiedere ed informare chi possedeva inconsapevolmente astoni infetti e non aveva partecipato ai convegni e/o incontri divulgativi, usando ogni mezzo, uomo dello stato o volontario. Se ciò fosse stato fatto con convinzione oggi non spunterebbero cosi numerosi e sparpagliati focolai. Contro ogni divulgazione scientifica e per ragioni contorte circolò addirittura la voce che i possessori di giovani piante rischiavano una multa quando, invece, i vivai (anche campani) le vendevano con certificazione fatte proprio dalle strutture regionali. Pessima e scellerata tattica da sceriffi senza cuore e senza capacità di percepire il dramma che si andava consumando! Vogliamo quantificare solo quello economico? Solo nel serinese si producono circa 30000 quintali di castagne che, pur ammettendo, mediamente, una vendita ad un 1 euro al chilo sono 3 milioni di euro, con l’esclusione dell’indotto!
Nel 2005, presso la biblioteca comunale a Serino, in cui i relatori, convenuti per informare sul rischio cinipide intrattennero la platea per circa un’ora sul fatto che tutto era sotto controllo. Ora il risveglio è stato amaro!
Dunque, ben vengano i convegni, ma non bastano! La scienza non sempre ha la capacità di risolvere i problemi: a volte servono le gambe e le braccia. Ora servono e serviranno le gambe per camminare nei boschi e individuare i focolai e le braccia per potare e bruciare. Alla Regione il compito di reperirle e organizzarle. C’è stato qualcuno che ha proposto un Commissariato per questa emergenza. Sappiamo bene, a partire dalla gestione dei rifiuti, come funzionano i Commissariati in Campania: non c’è possibilità di partecipazione, di collegialità nelle analisi e nelle strategie, poi arriva la politica dell’out out che si abbatte come una beffa da chi è stato escluso. Sorge spontanea una domanda: un commissariato non viene richiesto quando le strutture preposte non funzionano?
Altra colpa è da imputare all'assessore regionale all’agricoltura Cozzolino (assente al convegno!), che nonostante sia stato sollecitato dagli onorevoli Giusto (in tempi non sospetti) e D’Ercole non ha posto e non pone in essere gli stanziamenti necessari per aiutare i castanicoltori in difficoltà e per frenare il cinipide con interventi di avvistamenti e di potatura immediata e su vasta scala, unico mezzo per contrastare il Dryocosmus (il quale si accinge alla fase di farfallamento) finché non si creano le condizioni per una lotta biologica. Siamo ancora in tempo per lottare per non arrenderci. La nostra situazione non è come quella di Cuneo dove se ne accorsero tardi per ignoranza scientifica. Attualmente siamo ancora in una “zona focolaio” e dobbiamo attivarci per non giungere a divenire zona di insediamento. Se, infine, i responsabili della Regione proporranno il passaggio da “zona focolaio” a “zona insediamento” perché operativamente non si attivano, noi ci opporremo con tutte le nostre forze, perché questo si tradurrebbe nel divieto di agire con la potatura per arginare l’infestazione, nella impossibilità di avere fondi diretti per gli agricoltori, mentre potranno beneficiare di soldi solo gli scienziati, per introdurre e seguire la lotta biologica e i soliti AMICI DEGLI AMICI. Ora la cosa più importante è operare all'unisono soprattutto da parte di associazioni ambientali, agricole e castanicole in quanto il problema non può essere lasciato solo nelle mani di chi doveva certificare la presenza di giovani piante non infette risultate poi devastanti per i castagni e l’ambiente.

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