Giustizia: cos'è la rieducazione, oltre le definizioni normativedi Guido Brambilla (Magistrato di Sorveglianza a Milano)
L'art. 27, 3° comma, della Costituzione recita che "le pene non possonoconsistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere allarieducazione del condannato". Già il noto giurista Carnelutti affermava inquei tempi che il processo penale avrebbe fallito il suo scopo se anche conl'irrogazione della giusta pena non si fosse raggiunto l'obiettivo delriabbraccio ultimo tra la società e il reo.Tralascio - dandone per scontata la conoscenza - la citazione di tutti glisviluppi legislativi e giurisprudenziali (in primis della CorteCostituzionale) che, dando concreta attuazione al predetto dettatofondativo, hanno contribuito nel corso degli anni all'individuazione deglistrumenti concreti per corrispondere sempre più al bisogno di un recuperodelle devianze.Ma cosa si può intendere per "rieducazione", visto che né il legislatore, néla giurisprudenza, né gli operatori, offrono una definizione e soprattuttodei contenuti a questo concetto? A cosa deve essere rieducato il condannato,attraverso il lavoro, il trattamento (pur necessario), a quale modello disocietà? Si dice infatti che l'obiettivo è il reinserimento sociale. Maanche questa espressione è ambigua e, nella concretezza dei problemi chesolitamente incontra il detenuto una volta uscito dal carcere, spessoinefficace.Vanno infatti sottolineati alcuni ordini di problemi rilevabili dalquotidiano: gli educatori che fanno parte delle equipe dei carceri sonopochissimi, e a volte impreparati ad affrontare complesse problematiche,bisogni diversissimi, in relazione a tipi di reato e di autore del tuttoeterogenei. E come si fa poi ad impostare un trattamento mirante allarisocializzazione di un extracomunitario che proviene da una realtà socialecompletamente diversa dalla nostra, con valori, cultura, religione diverse,con un diverso senso dello Stato e della società? (e i detenutiextracomunitari costituiscono ora una grossa fetta della popolazionecarceraria). E per i detenuti malati, sia fisici che psichici?Anche se il detenuto, attraverso il lavoro, riesce ad uscire dall'ozio chela vita detentiva impone (anche per lunghissimi anni) ed impara adesprimersi nel lavoro, cosa accade poi, quando uscito, si ritrova all'interno di contesti devianti e, soprattutto non trova una rete di supportoche gli consenta di mettere a frutto quello che ha imparato nel carcere? Viè difficoltà a trovare lavoro per i giovani liberi, figuriamoci per personemagari non più giovani con il marchio del certificato penale macchiato dareati. È facile il riproporsi in questi casi di atteggiamenti nuovamenteespulsivi che ributtano il detenuto nel circuito della devianza.Ma poi questa società contemporanea - a detta degli stessi detenuti - non èa sua volta spesso permeata da logiche di sfruttamento e di profitto, nonpropone essa stessa come unici obiettivi dell'uomo, la ricchezza, ilbenessere e il potere? È a questa società, a questi modelli che i detenutidevono essere rieducati?Le dinamiche inter-relazionali fra i diversi operatori che si occupano diesecuzione penale (magistrati, assistenti sociali, psicologi, operatoripenitenziari, educatori, ecc..), sono spesso scollegate tra loro, nonperseguono degli orientamenti univoci e sono appesantite da un enormeeccesso di burocrazia.Queste obiezioni rivelano che il problema della rieducazione (è per me peròpreferibile parlare di rapporto educativo) è più complesso o, meglio, piùprofondo, rispetto ai modelli scientifici, sociologici, criminologici, comesono attualmente spesso proposti. Nella mia pratica di magistrato ho potutoconstatare che l'esperienza educativa può passare solo attraverso ilrapporto tra un io e un tu: se non c'è innanzitutto un rapporto, non c'èpresa di consapevolezza da parte del detenuto della propria identità, ècongelato in una definizione criminologico-giuridica (sono un terrorista, unsex-offender, un tossico, ecc.) e quindi non viene disvelata fino in fondola sua dignità di persona che è sempre più del reato che ha commesso.L'educazione deve quindi fondarsi a mio parere su una nuova concezioneantropologica-relazionale dell'uomo che ha come categoria essenziale quelladell'incontro personale tra un io e un tu capaci di apertura all'altro finoal livello delle domande ultime, della sua esperienza elementare (vale adire di quel complesso di esigenze ed evidenze che identificano il cuoredell'uomo in tutte le culture).Ma questo richiede il chiarimento di un presupposto fondamentale:L'uomo (il detenuto, l'internato), qualunque uomo, è persona. Secondo lalinea di pensiero che si è più consolidata nel personalismo tedesco, da MaxSheler, a Edith Stein, sino Romano Guardini, essere persona significaanzitutto auto appartenenza nel numerico: "Sono uno, sono solo uno, nonposso essere raddoppiato. Essere persona significa ancora appartenenza nelqualitativo: sono costui; sono solo questa persona. Non posso essereimitato; di me non può essere fatto un "caso". (singolarità eirripetibilità). La persona è inoltre auto appartenenza in coscienza,libertà ed azione. Conoscere, decidere ed agire non sono per sé ancorapersona; lo sono solo per il fatto che io mi appartengo nel sapere, neldecidere e nell'agire. La persona è infine auto appartenenza in interioritàe dignità. Interiorità significa che io, essendo persona, sono in me, pressodi me, e, invero, esclusivamente. Significa che nessuno può "entrare", senon gli apro questa interiorità. Anzi da un certo punto in avanti non laposso ulteriormente aprire anche se volessi. Qui comincia l'intimasolitudine, a cui solo Dio ha accesso (persona come mistero).Nell'interiorità la persona è al nascosto e al sicuro. Tutto ciò che vienedall'esterno: osservazione, calcolo, violenza, analisi psicologica esuggestione, non arrivano qui dentro. L'aspetto per così dire "trascendente"di questa interiorità, è la dignità. La persona sta essenzialmente al disopra del contesto naturale delle cose e del loro operare; è elevata. È taleda richiedere profondo rispetto. Appunto in ciò è sottratta ad ogni elementodi violenza, ad ogni calcolo, ad ogni classificazione usurpante. Eccodunque, cos'è la persona.Essere-uomo vuol dire essere-persona. Non lo è per il talento o perfino perla genialità. Anche il più semplice è persona. Il bambino, che non è ancoradiventato padrone di se stesso e il minorato, che non lo diventerà mai,portano il carattere di persona, in modo sopito, latente. Ciò va detto difronte ad ogni tentativo di equiparare la particolare qualità dell'elementopersonale con il talento o con altre simili qualità. L'uomo non diventapersona neanche per un suo atteggiamento o convinzione di tipoetico-religioso.Una tale concezione (v. Kierkegaard), scambia il carattere ontico dellapersona con il carattere etico-religioso della personalità affermata ecompiuta, o quello assiologico della personalità piena di valore e ricca.Anche chi è immorale e irreligioso è persona. L'uomo è persona per essenza.Così essa resta ineliminabile. L'uomo può diventare indegno; può condurreuna vita indegna di essa, la può reprimere affinché non si faccia valere.Allora egli sarà forse privo di valore e di salvezza: ma eliminare lapersona non può. Tutti i tentativi di concepire la persona come purodinamismo, come atto, in modo da farla scomparire se l'uomo non compie alcunatto, quando non pensa e non è attivo, o tutti i tentativi di collocare lapersona in una sfera assiologia, nel valore e nella qualità, così da farlascomparire quando l'uomo perde valore; ebbene, tutte queste concezionisecondo le quali l'uomo può cessare di essere persona, sono necessariamenteerrate, La persona è qualità imperitura, volto indistruttibile;ineliminabile possibilità di dire "io" e "tu", di pronunciare la "parola" edi percepire la "parola"". (Cfr. Romano Guardini Persona e personalità. Ed.Morcelliana. Pgg. 29-34).L'uomo è persona. Il detenuto è persona, irripetibile nella sua unicità,interiorità e personalità. Questo offre già un primo spunto per evidenziarecome concetti quali "trattamento", "osservazione scientifica dellapersonalità", siano espressivi di un approccio positivistico, riduttivodella persona. L'io non può essere solo "studiato" e neppure "benevolmentetrattato", bensì amato, cioè affermato, valorizzato, rispettato, qualunquesia l'uso che egli ha fatto e fa del proprio io personalissimo.Guardarlo come "caso" all'interno di un'ottica di mera osservazionebio-psicologica o comportamentale, influire su di lui attraverso "tecniche"pedagogiche, può tradursi, se è l'unica modalità relazionale, anche in unasurrettizia forma di violenza. La persona non è definita dal reato che hacommesso e il reato non può quindi diventare mera categoria criminologicadefinitoria dell'individuo.Questa dinamica riduttiva è già ineludibilmente presente nella faseprocessuale, dove tutta la vita di un gesto, tutto il corredo personalissimodi un'identità, tutto il malessere e l'istinto cattivo, la speranza e larabbia di un momento o di anni, tutto un universo, vengono stretti dentro lafredda astrattezza di un'imputazione. L'io non c'è più, al suo posto unfatto estratto dalla persona, studiato, analizzato, compreso, anche conattenta competenza e saggezza, ma l'io non c'è più. Così è per la condanna.Molti detenuti la percepiscono come astrattamente giusta, perché retributivadi una cattiva azione, ma come ultimamente estranea, come se non fosse la"loro". È la conseguenza della mancanza di relazione tra un io e un tu. Avolte quindi la doverosa imparzialità del giudice può tradursi in una gelidaestraneità. La punizione deve "accadere" o svilupparsi dentro un rapportoumano, assicurato da una presenza che, mentre castiga, valorizza,riaccoglie. Perché la persona non appartiene allo Stato.Per capire questo bisogna rifarsi alle esperienze elementari: un padrepunisce il figlio per una cattiva azione, ma cos'è che provoca reale dolorenel figlio per lo sbaglio commesso? La permanenza del rapporto col padre. Ilpadre punisce ma c'è, non rompe il rapporto col figlio. Ciò rende possibileper il bambino passare dall'esperienza della colpa-dolore per lo sbagliocommesso (punizione), alla gioia del perdono assicurato dalla presenza delpadre (io ci sono, sarò sempre con te, non me ne vado, tu sei mio figlio econ ciò riaffermo, dopo lo sbaglio, la totalità della tua identità).Il carcere, nonostante la sua natura costrittiva e segregazionista, puòessere un luogo dove può riemergere questa speranza. Con ciò non intendoaffatto stigmatizzare tutte le validissime e positive iniziativetrattamentali che si stanno sviluppando sempre più all'interno dellecarceri: ne ho viste moltissime che hanno suscitato ammirazione, meritoanche della genialità e dell'attenzione dei direttori e operatori dellecarceri.Intendo solo affermare che c'è un "prima", che deve attraversare tuttequeste iniziative. Questo "prima" è nello sguardo, nel rapporto, nel dire"tu per me vali", anche se non aderisci al trattamento che ho predispostoper te. È questa restituzione dell'io ferito alla consapevolezza della suadignità, che può far poi capire al detenuto il significato del lavoro, nonsolo un'eventuale opportunità per il futuro, ma espressione potente ecreativa dell'io nell'oggi.Se manca questo, infatti, il trattamento carcerario rischia di ridursi aduna logica dentro-fuori, cioè il trattamento, gli educatori, gli assistenti,gli psichiatri lavorano sul detenuto per un domani, per un possibile "fuori"(cosa giusta ma riduttiva). Infatti come vive il detenuto l'hic et nuncdella privazione di libertà? Solo in funzione del riacquisto della libertàun domani? E che senso ha l'oggi?In una simile logica è facile il diffondersi di atteggiamenti simulatori. Ildetenuto che non incontra alcuna autentica proposta autorevole di vitanuova, tende a conformare sì il suo comportamento a ciò che gli è richiesto,ma in prospettiva di uscire, non perché è umanamente cambiato. E in questalogica prevalgono spesso i più forti. All'interno del carcere ci sonosoggetti che non sanno simulare o sono fuori dalle "protezioni" dei piùforti e per questo vengono esclusi da percorsi. E gli extracomunitari chespesso non hanno all'esterno riferimenti abitativi o lavorativicostituiscono una sacca ormai numericamente importante di esclusione dalprocesso di risocializzazione.Secondo me, quindi, l'opera di risocializzazione, (meglio direi dicomprensione di sé e del proprio esistere nel mondo), può solo cominciare daun rapporto significativo con un tu. Il rapporto con un tu che guardi alsoggetto senza giudicarlo, senza congelarlo nel gesto criminoso, nel fattoche ha commesso, ma che, senza giustificare nulla (occorre dire pane al panee vino al vino), guardi al detenuto come uomo degno di stima e che quindi hauna dignità prima di dimostrarsi di nuovo "utile " per la società, prima cheabbia un lavoro, un'istruzione e sia quindi nei termini politicamentecorretti per essere considerato "riabilitato".Questo rapporto, poi, anche attraverso gli strumenti del lavoro (semprepositivi), e delle altre opportunità che vengono offerte, deve aiutare ildetenuto a scoprire a chi appartiene, dentro una solidarietà, un'amicizia,che non viene meno anche dopo la scarcerazione.Ed è per questo che lo Stato deve abbandonare una politica meramente"segregativa-assistenzialistica" del detenuto, lasciando al privato-socialeil compito di un intervento fattivo che non sia solo l'etica della paccasulla spalla o dei vestiti smessi, ma di un'opera fatta di imprese chepossano investire in modo costruttivo sui detenuti, attraverso una politicadi detassazione, di sgravi fiscali che faciliti l'inclusione lavorativa delcondannato a livelli di eccellenza e di autentica competitività sul mercato.Così come lo Stato deve impegnarsi in una politica di sostegno dellefamiglie (primo ambito di appartenenza del detenuto, cd. rete primaria),spesso doppiamente punite (per la carcerazione del congiunto e per laconseguente deprivazione del sostegno economico) e l'assistenza sociale sulterritorio deve impegnarsi (invece che a meri colloqui periodici) a favorireforme di aggregazione sociale ( cd. reti secondarie) tra realtà famigliariin un tessuto connettivo sano che possa sostenerle anche nelle difficoltà enei disagi di ordine morale e dei comportamenti interpersonali.